Il nuovo comando operativo delle Forze di autodifesa giapponesi, inaugurato il 24 marzo a Tokyo, segna un cambiamento nella postura militare del Giappone. Per la prima volta dal secondo dopoguerra, Tokyo dispone di una struttura unificata per la gestione strategica di esercito, marina e aeronautica, in grado di rispondere in modo rapido e coordinato alle crisi regionali. Non si tratta solo di una riforma tecnico-militare: l’istituzione del comando operativo è il tassello più visibile di un percorso generale di riarmo progressivo che sta allarmando una potenza come il Giappone circondata da quelle che considera minacce strategiche come Cina, Russia e Corea del Nord.
Ma questo cambiamento va letto soprattutto alla luce del rapporto strategico con gli Stati Uniti e della nuova fase inaugurata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Se da un lato Tokyo rafforza la propria autonomia operativa, dall’altro si prepara a soddisfare le richieste sempre più esplicite di Washington. L’amministrazione Trump sta chiarendo che gli alleati asiatici devono assumersi oneri crescenti per la propria difesa, in un contesto in cui gli Usa non sono più disposti a farsi carico della sicurezza globale da soli. Non a caso, il premier nipponico Shigeru Ishiba, noto per le sue posizioni interventiste in politica di difesa, sta cercando di rassicurare Washington, non solo sulla continuità dell’alleanza, ma anche sull’impegno del Giappone a investire di più — con l’obiettivo, come ribadito dal consigliere per la sicurezza nazionale Usa Mike Waltz in un incontro con l’omologo giapponese Masataka Okano, di arrivare al 3% del Pil in spese militari. La creazione del comando unificato e di una nuova unità d’assalto ispirata ai Marines vanno esattamente in questa direzione.
Ma non sono iniziative isolate, come dimostra il recente incontro trilaterale con Corea del Sud e Giappone, dove un episodio apparentemente minore ha rivelato un cambiamento importante. Tokyo, rompendo la tradizionale cautela diplomatica, ha protestato pubblicamente accusando il ministro degli Esteri cinese Wang Yi di aver distorto le dichiarazioni del premier Ishiba. È un gesto significativo: tracciare una linea rossa significa che il Giappone non accetta più di essere oggetto di narrazioni manipolate da attori esterni, soprattutto su temi sensibili come la sovranità territoriale. Tokyo si sta così muovendo su due fronti paralleli: rafforzare la propria capacità di deterrenza militare e riaffermare il suo ruolo di attore responsabile e trasparente nello scacchiere asiatico, specie per diventare più appetibile agli occhi degli alleati occidentali. Sotto la pressione americana, ma anche per iniziativa propria, Tokyo sta abbandonando il pacifismo costituzionale in favore di un nuovo pragmatismo strategico, in cui difesa, diplomazia e comunicazione internazionale convergono in una politica estera più assertiva. Un rischio non da poco in un’area sempre più strategica come l’Indo-Pacifico.
L’Osservatore Romano – 27/3/2025