Kyiv è pronta per la pace: è questo il primo, importante risultato del negoziato tenutosi ieri in Arabia Saudita, a Gedda, tra Stati Uniti e Ucraina. Le delegazioni dei due Paesi hanno raggiunto un accordo in tre punti. L’Ucraina è disponibile ad accettare un cessate-il-fuoco immediato di trenta giorni con la Russia, a condizione che quest’ultima lo accetti, rinnovabile di comune accordo tra le parti. Gli Usa torneranno a inviare aiuti militari e a condividere informazioni di intelligence con gli ucraini. Che, a loro volta, si affretteranno a firmare l’accordo sulle materie prime fortemente voluto da Washington.
Da parte russa per ora si è espresso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, esortando a «non correre troppo», senza però escludere un nuovo colloquio telefonico tra i presidenti Vladimir Putin e Donald Trump.
In attesa di conoscere la risposta di Mosca — dove l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, si recherà domani per dialogare con i massimi rappresentanti russi — occorre riflettere su quali sono i fattori che sembrano caratterizzare la ripresa del dialogo tra statunitensi e ucraini. Neanche due settimane fa si era verificato lo scontro in mondovisione tra Trump e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, gettando un’ombra sui rapporti tra Kyiv e Washington, confermata successivamente dalla sospensione degli aiuti militari da parte degli Usa.
Pochi si aspettavano quindi un’inversione di rotta immediata. Se ciò è avvenuto, lo si deve innanzitutto al fatto che ieri sono state rispettate le regole del negoziato diplomatico. Nessuno show televisivo, quindi nessuna personalizzazione né spettacolarizzazione della politica, bensì il ricorso a due delegazioni composte da negoziatori che conoscono gli interessi degli attori in campo, le poste in gioco, i rapporti di forza, dunque le tattiche, i codici e i mezzi da attuare quando si dialoga a certi livelli. E che, lontani dagli schermi, in un territorio neutro ma centrale come il Golfo i cui Paesi stanno diventando sempre più protagonisti del panorama internazionale, hanno discusso per otto ore, incrociando gli interessi delle parti.
Da un lato, quelli statunitensi, intenzionati a proporre soluzioni condivise sia da Kyiv sia da Mosca, come ribadito dal segretario di Stato, Marco Rubio, che prima dell’incontro aveva evidenziato come «l’Ucraina dovrà fare concessioni sul territorio che la Russia ha preso dal 2014 come parte di qualsiasi accordo per porre fine alla guerra». Sembra che il presidente Trump abbia fretta di concludere una pace tra ucraini e russi soprattutto a casa di necessità interne che richiedono una certa urgenza. La tensione tra Usa e Canada è alle stelle a causa della guerra commerciale avviata dagli Usa a suon di dazi che vengono prima annunciati e poi ritirati. Ma anche con altri Paesi le cose non vanno meglio. Oltre alle reazioni di Messico e Cina, le contromisure annunciate oggi dall’Ue colpiranno prodotti statunitensi per un valore di 26 miliardi di dollari. Così dazi, paura dell’inflazione e della recessione continuano a far vacillare Wall Street. Gli statunitensi accelerano dunque sulla pace in Ucraina per concentrarsi sul fronte interno e per portare a casa un successo diplomatico rivendicando di aver ottenuto qualcosa in cambio — cioè, l’accordo sulle materie prime.
Dall’altro lato, ci sono gli interessi ucraini, mirati ad avviare quanto prima una tregua aerea e marittima perché proprio questi sono i fronti su cui l’esercito di Kyiv è più sofferente. I combattimenti sul terreno lo dimostrano. Nella notte la Russia ha lanciato droni sulla regione di Dnipro, sulle città di Kyiv, Kharkiv e Sumy, provocando una vittima, e sul porto di Odessa, uccidendo quattro siriani.
L’Osservatore Romano – 12/03/2025